Il Fattoush in maschera
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Il Fattoush in maschera

Per certi versi, questi giorni di quarantena mi ricordano la prima guerra del Golfo.
L’Iraq minacciò di rispondere con armi chimiche e gas su Israele dopo ogni attacco dell’alleanza guidata dagli USA.
Ma Israele si preparò bene. A tutti vennero distribuite maschere antigas. Furono diffuse indicazioni precise su come preparare, in ogni casa, una stanza che in qualsiasi momento potesse essere completamente sigillata nella quale conservare scorte alimentari per un lungo periodo.

Al suono delle sirene ci chiudevamo tutti nelle stanze preparate nelle nostre case, indossavamo le maschere e aspettavamo con ansia che arrivasse il cessato allarme dalla tv.
A scuola ci andavamo lo stesso, ma divisi in piccoli gruppi e per al massimo 3 ore di lezione. Diversi gruppi di studenti si alternavano per tutto l’arco della giornata.

Questa situazione durò due mesi. Alla fine, come spesso succede in questi casi, ci eravamo abituati.
Andavamo in giro con le mascherine in spalla, pronti a infilarci in qualsiasi posto avesse una stanza sigillata abbastanza grande da poterci ospitare. In casa mia, la sera, per passare la notte con noi, arrivavano anche i nonni e lo zio Zuher, che era incaricato di selezionare i film da guardare tutti insieme con il video registratore. Quasi fosse una normale serata in famiglia.

Di tutto questo periodo, un pomeriggio in particolare mi è rimasto impresso: quello in cui la zia Fatheyye ha invitato tutti noi bambini da lei. Appena arrivati, non abbiamo fatto in tempo a salutarla e abbiamo sentito le sirene. Quella volta, però, sarà stata l’abitudine allo stato d’allerta, al suono delle sirene non riuscivamo a contenere la gioia. In casa della zia, infatti, la stanza da sigillare in caso di emergenza era la cucina.

Chiusi in cucina con la radio accesa, abbiamo indossato le nostre maschere in attesa di essere intrattenuti dalla zia, e lei non si è fatta attendere: a me è toccata l’insalata romana, a mio fratello i pomodori, agli altri i cetrioli, i cetriolini, il cipollotto, le olive verdi e il pane tagliato a crostini da friggere. E avanti con la preparazione!

In pochi minuti eravamo tutti impegnati, nonostante la situazione e il poco spazio.
Eravamo ragazzini, tutto era un gioco. Facevamo a gara a chi tagliava più veloce o più finemente le verdure. La cucina era sovraffollata, non ci si poteva muovere, ma noi ci divertivamo un mondo.
Abbiamo iniziato a ridere e ad urlare, nonostante le maschere antigas che ci coprivano le bocche. Dopo poco tempo abbiamo trasformato la preparazione delle verdure in un carnevale scatenato: abbiamo iniziato a lanciarci addosso di tutto. Ricordo distintamente i pezzi di pomodoro mezzo schiacciati finire ovunque, sulle pareti della cucina, sulle nostre maschere. Abbiamo iniziato a cantare e ballare, con cetrioli e cipollotti in mano, suonando le pentole per darci il ritmo.

Ad un certo punto, la zia ha messo fine a quella pazza festa. Riportando l’ordine, ha messo tutto quello che avevamo “preparato” in una grande ciotola, mescolando bene con olio evo, sale e tanto sommacco.

A quel punto, ci ha servito il fattoush in piatti fondi, e ha dato a ognuno di noi un cucchiaio. Solo in quel momento ci siamo accorti che l’allarme era cessato da mezz’ora e siamo usciti in giardino a mangiare il nostro divertente fattoush in allegria.

Quella volta, l’allarme non è stato importante quanto la qualità del tempo che siamo riusciti a passare insieme. Dopo tutto, di quella giornata, di quella guerra, sono quelli i momenti ad essermi rimasti nel cuore.

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