Non sono ricette

Shashuka vuol dire casa

Ho sempre adorato i pomodori rossi, quelli maturi, quasi troppo maturi, succosi e morbidi. 

Devo ammettere che da quando vivo in Italia mi capita raramente di trovarli in giro, al mio fruttivendolo di fiducia li devo esplicitamente ordinare.

Probabilmente parlare di pomodoro in cucina vi farà venire in mente la pasta, forse vi state già immaginando un sugo rosso decorato di verde con qualche ingrediente sfizioso. A me, invece, il pomodoro fa pensare subito a una grande padella di Shakshuka.

Già il nome mi diverte ma credetemi, anche il gusto è assolutamente da provare.

Il termine Shakshuka arriva dal Maghreb, ma il format del piatto è lo stesso usato da secoli in tutto il Medioriente e conosciuto con diversi nomi.

Io ho la fortuna di essere cresciuto in una famiglia numerosa. Non parlo semplicemente di genitori e fratelli, dove sono nato io anche gli zii e le zie con i loro figli sono famiglia in senso stretto. E insomma, tutti i giovedì sera (il venerdì non si andava a scuola) li passavamo insieme, io, mio fratello Talal e altri cinque o sei cugini.

Ci piaceva da morire andare dalla zia Subheyye. Aveva un grandissimo cortile, un cane e non c’erano i nonni che avremmo potuto disturbare. Il giovedì sera ci piaceva fare casino, sporcarci e fare tardi fuori casa.

Per noi la cena da lei era sempre Shakshuka. Ci mandava a prendere i pomodori sotto casa e ci costringeva a darle una mano a preparare il piatto.

Mentre faceva il soffritto con aglio e peperoni verdi, noi tagliavamo il pomodoro, ma quel pomodoro cosi maturo non si riusciva davvero a tagliare. A noi piaceva un sacco e ci divertivamo a schiacciarlo in modo buffo dentro la padella dove veniva salato, coperto e lasciato cuocere a fuoco lento.

Una volta cotto il pomodoro la zia toglieva il coperchio alla padella, aggiungeva le uova e un pizzico di pepe o di cumino. Ancora pochi minuti di cottura ed era fatta.

Da noi si dice che il segreto della buona cucina consiste nell’avere “Nifes”, il sincero e puro piacere di cucinare per qualcuno.

Ecco, la zia di Nifes ne aveva tanto. Era un po’ come una seconda mamma e qualsiasi cosa preparasse per noi non era semplicemente gustoso, sapeva di amore.

La sua Shakshuka, ancora oggi, è la più buona che io abbia mai assaggiato.

Ogni volta che entro in cucina nel mio ristorante e vedo preparare la Shakshuka penso a lei. Penso alla mia adorata zia, che guarda me e i miei cugini seduti su un telo per terra in una notte d’estate, intorno alla sua grande padella di Shakshuka.

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