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Sono palestinese e non mi illudo

Sono palestinese e non mi illudo: lo stato palestinese non deve nascere e non nascerà.

Il governo israeliano non ha annesso ufficialmente i territori occupati nel 1967, ma di fatto li ha trattati come fossero territorio israeliano a tutti gli effetti. L’espansione israeliana si vede anche a occhio nudo. Israele si è sempre sentito libero di confiscare terreni, di costruire nuove città, di impossessarsi delle risorse idriche e naturali, di spingere e incentivare i suoi cittadini a trasferirsi e vivere in Cisgiordania. 

Il progetto di edificazione dello stato ebraico, cominciato all’inizio del secolo scorso, non è mai cessato e si realizza sul territorio, creando sempre nuove realtà geografiche, naturalistiche e demografiche.

La dislocazione degli arabi continua, ci sono sempre più restrizioni ai loro movimenti e i confini sono sempre più controllati. Si trovano a vivere in spazi limitati e delimitati da colonie, check point, nuove città e infrastrutture a esclusivo uso israeliano. Poi c’è il muro.

I focolai residenziali arabi sono dei bantustan a tutti gli effetti.

In poche parole, Israele non ha mai cambiato idea, il suo progetto coloniale ed espansionistico non è stato mai ritoccato e mai lo sarà.

L’odierna fotografia del territorio dimostra la continuità e la perseveranza israeliana negli anni e il perseguimento di un preciso e chiaro obbiettivo.

Due sono le ragioni che avrebbero dovuto arrestare questo disegno: la quarta convenzione di Ginevra e le numerose risoluzioni Onu e del consiglio di sicurezza da una parte; le trattative e i negoziati con i palestinesi dall’altra.

Nessuno di questi due paletti è stato in grado di far arretrare o persuadere gli israeliani, anzi, il dopo Oslo ha visto un’accelerazione frenetica dell’espansione da tutti i punti di vista. In realtà, Israele lo ammette e non si nasconde: oggi l’opinione pubblica, l’establishment politico, militare ed economico sono schierati a favore di questo disegno e si battono per la sua tutela.

E i palestinesi? Le hanno tentate tutte, hanno percorso tutte le strade possibili nel tentativo di deviare il progetto israeliano e congelare il suo avanzamento a favore della creazione di uno stato palestinese, ma non ci sono riusciti.

Dal 1948 in poi i palestinesi hanno adottato la lotta armata, con la legittimazione della comunità internazionale, ottenendo scarsi risultati. Hanno modificato e rinunciato alla legittima ispirazione di avere uno stato, almeno dentro i confini già studiati dall’Onu nella risoluzione 181 del 1947, e hanno ripiegato su una legittima entità nei confini territoriali designati dopo il ’48 dalla famosa linea verde, confini poi cancellati dall’occupazione israeliana nel 1967. Ed è proprio all’interno di questi confini che Israele trova la sua libera espansione in un modo inarrestabile e senza ombra di dubbio irreversibile.

I palestinesi, nonostante queste rinunce, non hanno ottenuto sul piano storico, territoriale e legale nessun riscontro legittimatorio da parte israeliana.

Dopo Oslo, è stata scaricata loro addosso la responsabilità di amministrarsi con l’aiuto della comunità internazionale, come primo passo verso la creazione di uno stato in futuro. Di fatto, si sono trovati sempre più confinati dentro un’area sempre più limitata, all’interno dei territori occupati.

Nelle sue città l’autorità palestinese si comporta come se fosse uno stato sovrano, con tanto di parlamento, governo, tribunale, presidente, ministri, sottosegretari, forze di sicurezza e intelligence, ma alle porte di queste città il check point israeliano richiama subito alla realtà: a comandare sono sempre loro; senza autorizzazioni israeliane neanche il presidente palestinese è libero di lasciare Ramallah. 

Dopo decenni di attività militare, diplomatica e lobbismo internazionale, dopo decenni di alleanze e rotture con democrazie europee e regimi arabi, dopo decenni di sopravvivenza ai giochi spericolati delle grandi egemonie mondiali, con il superamento della guerra fredda e la fine dell’Unione sovietica e dei paesi non allineati, i palestinesi si trovano a doversela vedere quasi da soli con la superpotenza americana, mentre Israele la fa da padrone!

Con gli accordi di Oslo, per inesperienza, poca lungimiranza e scarsa capacità tattica e strategica, nonché affamati di potere su un qualsiasi territorio della Palestina storica, sono caduti nella trappola della “terra in cambio di pace”. Dopo 25 anni, si trovano ad amministrare i loro bantustan, grazie a fondi europei e cooperazione internazionale, divisi e frammentati fra di loro (Cisgiordania e Gaza) con un establishment palestinese tra i più corrotti al mondo, che finisce per essere considerato la lunga mano dell’occupazione israeliana.

Israele non vuole uno stato palestinese, i palestinesi lo sanno e non ci sperano più.

Tutti e i due gli establishment sembrano complici di una situazione drammatica che si ripercuote sulla vita di milioni di persone, dentro e fuori la Palestina.

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