Una Sciatha con pane, cicoria e crocifisso
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Una Sciatha con pane, cicoria e crocifisso.

La sciatha è uno stato di profonda spiritualità mentale dei Sufi, ma i palestinesi chiamano così anche le gite di un giorno, spesso all’aria aperta, in natura. Può trattarsi di un semplice picnic o una visita a qualche monumento o sito archeologico, non è trekking, però, perché non prevede lunghe camminate e sentieri, troppa attività fisica non è da noi.

Può sembrare assurdo rubare una parola dal significato tanto profondo per descrivere una banale gita, ma ora vi racconterò una storia che dimostra l’esatto contrario. Sì, perché almeno una delle sciatha fatte con la mia famiglia è stata per me un’esperienza quasi mistica: dall’alto di un albero d’ulivo, infatti, ho scoperto l’esistenza dell’amore.

Un giorno come un altro, ma che rimarrà per sempre impresso nella mia memoria e nel mio cuore, di buon mattino ho visto mia mamma preparare due thermos, uno di tè nero alla cannella e l’atro di caffè arabo al cardamomo, un sacchetto di pite, uova sode e una padellata di cicoria, l’erba che mi piace di più in assoluto.

Ho sempre aiutato mia madre a preparare la cicoria per cuocerla, la lavavo bene prima di tagliarla con il coltello, separando la base dalle coste che poi buttavo in acqua bollente e poco salata.
Il mio compito finiva lì, dopo cinque minuti mia mamma scolava l’acqua e metteva la verdura in una padella, dove rosolava un bel po’ di cipolle, la cicoria, aggiungeva pepe nero, sale, sommacco e mezzo limone spremuto usando una forchetta.
In pochi minuti preparava una delle erbe selvatiche più genuine e nutrienti al mondo.
Quella mattina io e mio fratello portavamo a mano tutto, a me il cibo, a lui due teli e i thermos. Il punto d’incontro era sotto casa nostra: qui ci aspettavano sette zie con cugini e amici, tutti a piedi e nessuno a mani vuote. Eravamo almeno 40 persone, un numero abbastanza normale per una famiglia palestinese media.

La meta era una collinetta poco fuori Baka, la mia città, dove siamo arrivati dopo una passeggiata di circa tre chilometri, contenti e gioiosi. Qui c’era il campo di ulivi di una mia zia, la missione era raccogliere più olive possibile, ma era prevedibile che avremmo fatto poco e ci saremo persi via per goderci questa sciatha giocando, mangiando e bevendo.

Il giorno prima mia zia aveva preparato grandi teli di plastica sotto gli alberi, noi piccoli – e non vedevamo l’ora – dovevamo arrampicarci e scuotere i rami per far cadere le olive, che poi le mamme e le zie avrebbero raccolto in grossi secchi di plastica, il divertimento era davvero alle stelle.
Nel frattempo si preparava “la tavola”.

…dovevamo arrampicarci e scuotere i rami per far cadere le olive

C’era di tutto e di più sotto i nostri occhi, ogni tanto scendevamo dagli alberi per rubare un frutto o un succo e risalire a mangiarlo, incuranti dei graffi che questi continui saliscendi procuravano sulle nostre gambe nude e sulle braccia. Non ci importava, faceva ancora caldo quell’ottobre, eravamo felici, senza pensieri. Come spesso accade nella vita, però, a un certo punto per me tutto è cambiato.

Ero su un ramo, tenevo in una mano un panino con cicoria e uovo sodo, e con l’altra rispondevo ai vari lanci di olive che arrivavano dagli alberi intorno, la guerra era inevitabile fra cugini e avevo intenzione di vincerla.
Concentrato a pianificare le mie strategie di battaglia ho appena notato mia zia che si avvicinava con una famiglia di amici, in visita dalla Galilea. La cosa non era particolarmente interessante, arrivava gente in continuazione e certamente non avrei interrotto i miei giochi. Ad un certo punto, però, ho visto Alhan. Lei era stupenda, sembrava attirare su di sé la luce del sole che le illuminava i capelli cortissimi e il sorriso mentre si presentava a tutti gli altri, era vestita con una camicetta bianca, una gonna senape al ginocchio e un paio di sandali, alla gola le brillava un ciondolo con una minuscola croce. Alhan, che in arabo vuol dire melodia, è penetrata nel mio animo come una canzone sconvolgente.


Il panino mi è caduto dalle mani e sono rimasto a fissarla come rapito dalla sua essenza. Chi era? Da dove veniva? Volevo sapere tutto di lei, mi sembrava l’unica cosa davvero importante, mi pareva che tutte le cose accadute fino a qual momento nella mia vita fossero successe per portarmi lì, in quel preciso momento, a guardare il viso radioso di Alhan, la prima cristiana che ho conosciuto, la prima donna che mi ha rubato il cuore. E così la mia sciatha è diventata davvero un viaggio mentale alla scoperta di nuove dimensioni, come un Sufi ho raggiunto uno stato di profonda consapevolezza spirituale e sentimentale il cui centro era lei.

A 12 anni non sai cos’è l’amore, ma capisci che non vuoi più vivere senza quella sensazione che ti si sprigiona da dentro come una magia. Sono passati diversi minuti prima che riuscissi a riprendermi, a tornare nel mio corpo e pianificare l’unica attività che ormai per me pareva avere senso: stare vicino ad Alhan, conoscerla, guardarla. Lei, vestita da città, non avrebbe potuto partecipare ai nostri giochi, così sono sceso dall’albero e ho proposto a tutti di fare una passeggiata sulla collina, facendo infuriare le mamme rimaste sole a raccogliere olive che nessuno più scrollava dagli alberi.
Ero agitato, emozionato, quasi travolto dal tumulto dei miei sentimenti. Ma non ero solo. Sì, perché così come io ero stato rapito da Alhan solo vedendola arrivare, anche lei mi aveva notato. Succede, a volte, che tra le persone scatti un meccanismo inspiegabile e meraviglioso che le rende magneticamente attratte l’una dall’altra: tra noi la chimica è stata immediata…

Abbiamo passato una giornata memorabile, mi ha detto tutti di lei, della sua scuola, delle suore, della chiesa e di quello che desidera ricevere a Natale da Baba Noel (il nostro Babbo Natale). Mi ha raccontato del suo quartiere a Nazaret e dei suoi cugini. Abbiamo giocato, abbiamo corso e riso tantissimo, io non ho mai smesso di guardarla e lei mi ha aiutato a non perderla mai di vista in mezzo a tutti.

Quanto avrei desiderato essere cristiano, almeno avrei potuto chiedere a Baba Noel di vederla di nuovo. Invece non è mai più accaduto, io e Alhan non ci siamo più incontrati, almeno nella realtà. Perché io, che a 12 anni ho iniziato ad ascoltare le canzoni d’amore di Umm Kulthum e Abd El Halim Hafez, ho vissuto con lei tante, memorabili sciatha nella mia testa.

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